Gli imprenditori del marmo: “Cave, va risolto il problema dello smaltimento dei fanghi”

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E’ un problema che da tempo assilla tutto il comparto del lapideo: lo smaltimento della marmettola – il materiale derivante dalla segagione delle lastre di marmo nelle cave – è una delle priorità da affrontare secondo il presidente della sezione Lapidei di Confindustria Toscana Nord Fabrizio Palla che ha inviato (28 novembre) al presidente della Regione Toscana Eugenio Giani e all’assessora Monia Monni una lettera.

“Mi rivolgo direttamente a voi – scrive Palla – perché ritengo che, al punto in cui siamo, solo un atto politico forte e netto possa risolvere uno dei principali problemi in cui si dibatte il settore lapideo toscano. Mi riferisco alla gestione dei fanghi che residuano dalla segagione e dalla lavorazione di marmo e pietre, la cosiddetta marmettola. Un materiale che viene percepito solo come un problema quando potrebbe essere visto anche come un’opportunità. Fino a oggi, i fanghi che venivano recuperati con maggior facilità erano quelli del marmo bianco, ma è noto che anche su questo fronte si è aperta un’emergenza: lo stop, lo scorso maggio, al riempimento dell’ex cava di Montioni ha innescato un effetto domino che ha colpito in prima battuta l’azienda Venator – che utilizza i residui dei marmi bianchi per neutralizzare l’acidità del rifiuto della produzione del biossido di titanio producendo i cosiddetti gessi rossi, stoccati appunto a Montioni – ma a seguire le aziende stesse del lapideo toscano, che a Venator conferiscono quella parte dei loro fanghi”.

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“Il blocco del ritiro dei fanghi derivanti dai marmi bianchi fa sì che anche questi facciano la fine di gran parte dei fanghi provenienti da graniti e pietre varie – osserva Palla – molto lavorati dalle aziende della provincia di Lucca, privi ad oggi di usi industriali e difficili da destinare. Naturalmente mi è impossibile comprendere la fondatezza o meno degli allarmi ambientali sui materiali conferiti a Montioni: a gettare luce sulla vicenda penseranno le autorità preposte. Quello che mi preme è invece evidenziare come l’operatività delle imprese del lapideo toscano sia legata a una filiera di gestione dei fanghi a dir poco esile e fragile. Ma ancor di più osservo con rammarico come su questo tema si continui a ragionare in un modo superato e antistorico dal punto di vista tecnico e culturale. Scienza e tecnologia ci dicono che il ciclo di lavorazione di marmi – bianchi e colorati – e pietre può essere effettuato in modo tale che i fanghi siano proficuamente riutilizzabili, cessando di essere un problema per diventare un materiale valido e vantaggioso; parallelamente, sul piano della cultura ambientale i principi dell’economia circolare ci dicono che se questo è possibile va fatto senza indugio. Un passo avanti può e deve essere fatto, quindi”.

“Come sezione Lapidei di Confindustria Toscana Nord – spiega ancora il presidente – abbiamo ragionato così quando, ormai anni fa, abbiamo cominciato a lavorare con la scuola superiore Sant’Anna di Pisa e altri esperti del territorio per ottenere dai fanghi, con accorgimenti da adottare nel ciclo di lavorazione, un sottoprodotto da riutilizzare in riqualificazioni ambientali, come il riempimento di cave di prestito, di siti dismessi o degradati oppure per sostituire l’argilla nell’impermeabilizzazione dei capping di discariche e nella riqualificazione degli argini dei fiumi. Utilizzi diversi di sostanze chimiche e una gestione oculata della risorsa acqua durante la lavorazione cambiano le caratteristiche dei fanghi che ne derivano. Essere arrivati a queste conclusioni è per noi un fatto importante: vedo ora con piacere che anche i colleghi di Carrara manifestano interesse per queste nostre esperienze. Tecnicamente tutto questo è fattibile, lo dicono con chiarezza questi studi; studi che, peraltro, abbiamo portato al tavolo regionale sull’economia circolare nel settore lapideo, dichiarando la disponibilità delle aziende a lavorare in questa direzione”.

Fonte: www.serchioindiretta.it