Apuane, i sentieri del marmo e di Michelangelo

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Si chiamano Alpi ma non lo sono davvero.

Sono a due passi dal mare da cui si innalzano come un miraggio bianco.

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E proprio il bianco che le rende luminose assomiglia a quello scintillante dei ghiacciai alpini.
In questo caso, però, non si tratta di distese di ghiaccio.

E di cosa, allora?

Le montagne di marmo

Oggi è semplice dare una risposta scientifica: le Apuane sono enormi bancate di rocce carbonatiche (calcari e dolomie), originatesi in fondo al mare.

Una volta merse per effetto di complessi sconvolgimenti geologici, si sono trasformate in marmi purissimi, proiettati verso il cielo fin quasi a 2000 metri.

Ma le Apuane prima ancora che per i marmi, furono sfruttate per la varietà di minerali contenuti nelle loro rocce, che le resero importanti fin dalla preistoria.

Gli Apuani-Liguri conoscevano le miniere di Cinabro nei pressi di Levigliani (qui sono state rinvenute necropoli risalenti al III e II secolo a.C.) dove anche i Medici estrassero cinabro e mercurio.

Alla nobile famiglia fiorentina si deve l’utilizzo delle cave di Ruosina e Gallena, dove si trovava argento, forse lo stesso che servì a Cellini per la sua splendida saliera!

Salendo verso Levigliani, la strada offre scorci della valle del Serra, in cui giganteschi mezzi meccanici appaiono come minuscole formiche intente a spostare briciole di pane, ed invece staccano enormi blocchi di marmo.

Là sono le cave di Trambiserra e della Cappella, dove si trova il prezioso “statuario”, il marmo compatto e bianchissimo che, come dice il nome stesso, serviva a produrre opere immortali.

Lo sfruttamento delle risorse minerarie delle Apuane, già attuato nel Medioevo, raggiunse l’apice nel ‘500 con i Medici che portarono anche il ferro dell’Elba alle fucine situate nelle valli interne, per sfruttare i boschi di castagno e la forza idraulica dei torrenti.

I marmi per decorare Firenze

Ebbe così inizio lo sfruttamento dei pregiatissimi marmi con i quali impreziosire Firenze.
Michelangelo stava lavorando alla tomba di Papa Giulio II, quando fu invitato dal nuovo Papa a sospendere l’opera per procurarsi il marmo necessario a realizzare le colonne della facciata di S. Lorenzo a Firenze.

Per il progetto occorreva il marmo “statuario” presente nei bellissimi banchi all’Altissimo.

Michelangelo penò non poco tra il 1518 e il 1520 per esaudire i desideri del Pontefice: arrivare all’Altissimo era impresa inattuabile, non c’erano strade, e il progetto fu abbandonato.

Negli anni di permanenza a Seravezza realizzò il portico (ora scomparso) ed il Rosone detto “Occhio di Michelangelo” alla Cappella.

Oggi, accanto alla Chiesa, un angelo scolpito nel marmo porta sulle ali le anime dei cavatori, monumento a tutti gli uomini ignoti che hanno pagato con la vita il duro lavoro dell’estrazione del marmo.

Oggi, quella meraviglia amata da Michelangelo è diventata geoparco Unesco e vede riconosciuta la sua eccezionalità.

Fonte: www.trekking.it